Da Augusto a Claudio
Roma - Impero
Autori: Maria Laura Delpiano, Costanza Falletta

Con Augusto la coniazione dell'oro perde il carattere di episodicità che l'aveva caratterizzata in precedenza. I nominali aurei previsti dalla riforma augustea sono l'aures e la sua frazione, il quinarius aureus. Il primo, battuto con uno standard corrispondente secondo le diverse ricostruzioni a 1/42 o a 1/40 di libra (peso teorico = gr 7,79 o gr 8,17 ca.) e con una purezza pari al 99% circa, viene emesso da allora in poi in quantitativi massicci, costituendo la vera ancora di tutto il sistema. Il quinario non gode invece di grande fortuna, tranne con Tiberio, che lo fa coniare per tutto il corso del principato con la medesima raffigurazione.

L'oro augusteo è emesso, oltre che a Roma, in numerose zecche sia orientali sia occidentali, non tutte identificate con certezza. Il diritto raffigura il ritratto del princeps, a testa nuda, ovvero con la corona di quercia o di lauro. Nella scelta dei soggetti del rovescio, che ripropongono la grande varietà che aveva contraddistinto la monetazione repubblicana, focalizzando, però, l'interesse pressoché costantemente sulla figura e sugli atti di Augusto, risalta la limpida intelligenza politica del princeps e si riflette il delicato momento di passaggio dalla repubblica all'impero. Gli aurei coniati a Roma possono recare, fino al 12 a. C., l'indicazione del nome del triumviro monetale, seguita dalla specificazione della carica: IIIVIR. Da Tiberio in avanti la coniazione dell'oro è limitata alla zecca gallica di Lugdunum.

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Aureo di Augusto

Aureo di Augusto

Aureo di Augusto

Quinario aureo
di Tiberio





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